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Smart cities: come modellare città intelligenti, sostenibili, al passo con innovazioni tecnologiche e rivoluzione digitale20 min read

IN POCHE PAROLE…

Gli step verso le smart cities: anagrafe nazionale della popolazione residente, PagoPA, SPID, Carta d’identità elettronica, software open source, infrastrutture condivise e servizi in cloud.


Smart cities: come modellare città intelligenti, sostenibili, al passo con innovazioni tecnologiche e la rivoluzione digitale

1. Città intelligenti: evoluzione e tratti distintivi

Il termine smart cities venne introdotto per la prima volta, all’inizio degli anni ’90, per indicare la trasformazione urbana frutto della rivoluzione tecnologica e per descrivere l’impatto delle innovazioni in ICT sulle problematiche delle grandi metropoli. Le città tradizionali cominciarono a configurarsi come laboratori urbani tecnologico-digitali, vere e proprie “digital city”, con il preciso intento di offrire ai cittadini servizi più efficaci e accessibili.

Se spingiamo l’immaginazione, con visione distopica ma non lontana, è facile intuire lo sviluppo di realtà urbane intelligenti, in costante evoluzione, basate su infrastrutture digitali, che modellano le città rendendole sostenibili, al passo con le innovazioni tecnologiche, più attente alla qualità della vita dei cittadini.

Crisi climatica, sovrappopolazione, inquinamento e scarsità di risorse rappresentano, infatti, le principali minacce dell’avvenire, sicchè riuscire a convertire le metropoli tradizionali in evolute città a misura d’uomo, non è mera utopia, ma al contrario una possibile realtà.

Il processo di trasformazione verso le smart cities ha matrice europea, tanto è vero che è stata proprio la Commissione Europea, nel 2012,  a lanciare l’iniziativa  “Smart Cities and Communities European Innovation Partnership[1] volta a coordinare gli investimenti nelle aree urbane per sostenere i progetti nel campo dell’energia, dei trasporti e delle tecnologie dell’informazione e telecomunicazione (TIC).

Una città intelligente è un luogo in cui le reti e i servizi tradizionali sono resi più smart grazie all’uso delle tecnologie digitali e delle telecomunicazioni con immediato vantaggio di cittadini e imprese. Significa reti di trasporto urbano più intelligenti, approvvigionamento idrico efficace, strutture per lo smaltimento dei rifiuti all’avanguardia e modi più efficienti per illuminare e riscaldare gli edifici. Significa anche un’amministrazione cittadina più interattiva e partecipata. Una smart city rende disponibile il Wi-Fi nei luoghi pubblici, sviluppa infrastrutture sostenibili e intelligente, minimizza l’impatto sull’ambiente attraverso la mobilità sostenibile spiccatamente incentivata con sistemi di bike sharing, car sharing, auto ibride o elettriche, e sfrutta, in generale, un alto livello di tecnologia high-tech.

Una definizione più che calzante di smart city è stata offerta dall’economista spagnolo Gildo Seisdedos Dominguez,[2]secondo il quale“ il concetto di città intelligente è basato essenzialmente sull’efficienza, che a sua volta è basata sulla gestione manageriale, sull’integrazione delle TIC e sulla partecipazione attiva dei cittadini”.

Gli effetti della pandemia da Covid-19 e l’obbligo di dotarsi di strumenti digitali per fronteggiare i lockdown ha fatto riflettere sulla necessità di accelerare la trasformazione digitale delle città, così da permettere l’accessibilità da remoto ai servizi pubblici. In un tale scenario, indotto dall’emergenza sanitaria, la transizione verso le smart cities ha subito un’impennata, in quanto il ricorso al digitale è divenuto inevitabile, l’attenzione al profilo della sostenibilità più accentuata, il modo di affrontare la quotidianità è stato completamente sovvertito.

L’indagine dell’Osservatorio Internet of Things[3] ha mostrato, infatti, che il 36% dei maggiori comuni italiani ha avviato almeno un progetto smart city negli ultimi tre anni, anche se le sperimentazioni avvengono in modo indipendente e non coordinato e i comuni gestiscono le iniziative in modo congiunto e più efficace  soprattutto grandi agglomerati urbani. Un contesto nuovo, quindi, che fa certamente da apripista a cambiamenti avveniristici per il futuro delle città, ma che per la distribuzione variabile e non omogenea tra i territori, si presta a diventare leva esponenziale di un divario già esistente.

Il concetto di “smartness” cioè di intelligenza delle città, pur mostrando aspetti multiformi,  presenta caratteristiche di identificazione comuni che si muovono lungo sei assi principali: smart economy; smart people; smart governance; smart mobility; smart enrvironment; smart living.

Viene soprattutto in evidenza il concetto di “smart people”, che presuppone la partecipazione, il coinvolgimento, il dialogo, e l’interazione tra i cittadini e le pubbliche amministrazioni di riferimento. In tal senso, una città è tanto più intelligente quanto più è il risultato di un processo partecipativo nel quale gli individui trovano la consapevolezza di poter progettare insieme le politiche pubbliche.

Le città intelligenti sono dunque l’evoluzione da una combinazione di edifici ed infrastrutture a organismi viventi i cui principali tratti distintivi sono le persone che le abitano e il modo in cui interagiscono.

2. Il percorso di trasformazione digitale delle città

La transizione al digitale, lungi dall’essere una ricetta universalmente valida che può essere calata dall’alto su tutte le Pubbliche Amministrazioni, rappresenta un processo graduale che deve tener conto delle peculiarità delle singole realtà locali, che lo intraprendono, per migliorare sensibilmente i propri servizi, evitare gli sprechi, risparmiare risorse e rispondere ai bisogni reali della collettività e aumentare il benessere dei cittadini.

Gli oltre ottomila comuni italiani, fortemente differenziati, dalla grande città metropolitana al piccolo borgo, condividendo problemi e soluzioni, si prestano davvero alla diffusione capillare del processo di trasformazione digitale, asset strategico per il Paese e incredibile opportunità di gestione del cambiamento. Per questa ragione il Governo ha previsto una serie di strumenti a favore delle pubbliche amministrazioni che rendono disponibili adeguate risorse economiche di promozione dei processi di innovazione digitale.

Grazie alla riforma del Codice dell’amministrazione digitale (CAD) dal 2018 i Comuni possono chiedere degli spazi finanziari, in deroga al pareggio di bilancio, per investimenti legati all’attuazione del Piano Triennale dell’Informatica. Sono stati concepiti, inoltre, finanziamenti specifici da parte della Cassa depositi e prestiti per sostenere  le  iniziative legate al Piano Triennale per la Trasformazione Digitale della Pubblica Amministrazione, che i comuni possono richiedere tramite prestito ordinario[4].

Dopo la scadenza dello scorso 15 gennaio, circa 7.246 comuni hanno fatto richiesta per accedere al Fondo per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione[5]. Si è trattato, principalmente, di realtà di piccole dimensioni, con popolazione sotto i 5.000 abitanti, a conferma di quanto si stia diffondendo, anche nelle realtà minori, sotto la spinta dell’emergenza, la necessità di digitalizzare i servizi erogati a cittadini e imprese.

Con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale della legge di conversione n. 120/2020[6] del decreto legge “Semplificazione e innovazione digitale” è divenuto operativo l’insieme di norme per ridisegnare la governance del digitale, accelerare la digitalizzazione dei servizi pubblici e semplificare i rapporti tra cittadini e pubblica amministrazione, con l’ulteriore obiettivo di diffondere la cultura dell’innovazione, di superare il divario digitale, di favorire l’accessibilità alle persone con disabilità.

Nel dettaglio, dei 50 milioni di euro complessivamente assegnati al Fondo, 43 milioni sono stati destinati ai comuni, per sostenere la trasformazione digitale degli Enti che, in diretta applicazione del principio europeo della sussidiarietà, sono a stretto contatto con cittadini e imprese. Le quote, che saranno assegnate ai comuni sulla base della popolazione residente, verranno erogare in due tranche: la prima, pari al 20%, per le attività concluse entro il 28 febbraio 2021, la seconda, pari al restante 80%, entro il 31 dicembre 2021.

Con la formazione del Governo Draghi, nel febbraio 2021, il percorso della digitalizzazione è stato fortemente confermato, infatti, è stato nominato il Ministro senza portafoglio per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale, Vittorio Colao ed è stato istituito un Comitato interministeriale per la transizione digitale, presieduto dal Premier stesso. Tra i primi atti del nuovo Governo, si ricorda l’adozione del decreto-legge 1° marzo 2021, n. 22 che è intervenuto sulle funzioni del Governo in materia di innovazione tecnologica e transizione digitale prevedendo che il Presidente del Consiglio promuova, indirizzi e coordini l’azione del Governo nella strategia italiana per la banda ultra larga, nella digitalizzazione delle PP.AA. e delle imprese e nel potenziamento delle infrastrutture digitali.

La digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni ha assunto, in coerenza, un ruolo centrale anche nel nuovo Piano nazionale di ripresa e resilienza, che ha avuto il via libera definitivo da palazzo Chigi lo scorso 23 aprile, assumendo il profilo di una delle tre componenti della missione n. 1 del Piano.

3. Gli step della trasformazione digitale

I primi passi da compiere per disegnare l’infrastruttura portante della digitalizzazione dei servizi di un Comune sono le azioni obbligatorie previste dal CAD, di seguito illustrate.

1) Anagrafe nazionale della popolazione residente (ANPR)

Si tratta di un’anagrafe unica in cui tutti i comuni italiani sono subentrate per legge, ai sensi dell’art. 62 del CAD[7]. Subentrare in ANPR vuol dire smettere di gestire i dati anagrafici dei cittadini in via autonoma, con i propri server o archivi cartacei, e passare a un sistema centralizzato, efficace, sicuro, aggiornato e in grado di interagire con altre Pubbliche Amministrazioni e con gli altri servizi digitali.

2) PagoPA

La gestione dei pagamenti rappresenta un costo rilevante per i Comuni. Gestire le multe, la Tari, la retta degli asili nido, il pagamento delle mense, vuol dire, infatti, occuparsi di una serie di attività complesse e costose come la gestione degli incassi, la riconciliazione con la tesoreria, i solleciti dei singoli provvedimenti, la gestione della cassa, le convenzioni con i Prestatori di Servizi di Pagamento e così via. La piattaforma per i pagamenti verso la Pubblica Amministrazione pagoPA risolve gran parte di questi aspetti, abbatte i relativi costi e mette a disposizione dei comuni un sistema gratuito, semplice e sicuro per automatizzare i pagamenti, gli incassi e la riconciliazione. L’adesione a pagoPA è prevista dall’art. 5 del CAD [8] e lo swich verso i pagamenti elettronici è divenuto obbligatorio dal 28 febbraio 2021.

3) Sistema unico di identità digitale (SPID)

Il Sistema Pubblico di Identità Digitale è il sistema unico di autenticazione grazie al quale i cittadini possono dotarsi di un’identità digitale unica attraverso dei fornitori privati e usare le credenziali ottenute come sistema di riconoscimento per accedere a qualsiasi servizio online della Pubblica Amministrazione. Dal 28 febbraio 2021 l’identità digitale SPID e la CIE sono diventate le sole credenziali per accedere ai servizi digitali della pubblica amministrazione, ferma restando l’utilizzabilità delle altre credenziali fino alla data di naturale scadenza e comunque non oltre il 30 settembre 2021.

L’utilizzo di SPID è obbligatorio per legge ai sensi dell’art. 64 del CAD. Per utilizzare SPID un Comune deve anzitutto abilitarsi firmando una convenzione con AgID, quindi integrare SPID con i propri servizi e portali, per permetterne l’accesso ai cittadini. In tal modo può avere la certezza dell’identità dei cittadini che utilizzano i servizi online; personalizzare i servizi stessi, liberarsi dalle complessità e responsabilità connesse alla sicurezza informatica degli accessi e da buona parte delle incombenze relative alla protezione dei dati personali.

Le credenziali uniche semplificano il rapporto con la Pubblica amministrazione dal momento che i cittadini non dovranno più ricorrere a credenziali diverse a seconda del servizio che vogliono usare. Al tempo stesso le amministrazioni avranno il vantaggio di non doversi far carico di gestire sistemi di rilascio e gestione delle credenziali di accesso dei propri utenti, con evidente risparmio di risorse e di tempo.

4) Carta d’identità elettronica (CIE)

Ad oggi sono 7.639 i Comuni che permettono ai cittadini di erogare la Carta d’identità in formato elettronico, che può essere utilizzata anche come strumento di autenticazione per accedere a servizi fisici o online. Sia il Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID) che la Carta d’identità elettronica (CIE) avranno lo stesso valore di un qualsiasi documento d’identità nello svolgimento di pratiche amministrative online.

Sarà molto più facile e veloce usufruire di servizi digitali online ed eseguire transazioni elettroniche, in quanto i cittadini non dovranno più allegare fotocopie di documenti di identità, con notevoli vantaggi in termini di semplificazione e di sicurezza delle procedure.

I comuni possono adottare la nuova Agenda CIE, una web app gratuita che permette una migliore gestione degli appuntamenti per il rinnovo della carta d’identità, tramite richiesta attraverso il sito di Agenda CIE o direttamente al Ministero dell’Interno, oppure possono utilizzare un sistema “misto”, in cui i cittadini scelgono se prenotare un appuntamento o recarsi direttamente allo sportello per rinnovare la carta.

5) Software open source

L’infrastruttura tecnologica che i comuni usano per erogare i servizi digitali, di solito è sviluppata in maniera autonoma mediante il ricorso a software specifici e con grande spreco di risorse. Il Codice dell’Amministrazione Digitale, agli art. 68 e 69, dispone che le PP.AA. “acquisiscono i programmi informatici o parti di essi nel rispetto dei principi di economicità e di efficienza, tutela degli investimenti, riuso e neutralità tecnologica, a seguito di una valutazione comparativa di tipo tecnico ed economico tra le soluzioni disponibili sul mercato” e rendono disponibile in open source tutto software commissionato.

Ma vi è di più. Infatti, prima di commissionare una nuova soluzione software, l comuni possono consultare il catalogo del software sul sito di Developers Italia, dove sono elencate le soluzioni disponibili in open source corredate da schede descrittive, screenshot e link diretti al codice sorgente. Una volta acquisito il  software di proprietà  deve essere censito e pubblicato, in open source, in modo da metterlo a disposizione di altre PA[9].

6) Infrastrutture condivise e servizi in cloud

In Italia oggi operano circa 11mila data center, strutture informatiche note anche come Centri di elaborazione dati (Ced), a servizio di oltre 22 mila Pubbliche Amministrazioni. Nello scenario attuale, i comuni gestiscono internamente i propri servizi e i propri server, con costi e attività rilevanti, sia per la collocazione e la manutenzione dei server che per la manutenzione e l’aggiornamento del software. A fronte di questi costi, i comuni si trovano spesso a disporre di server obsoleti e insicuri, oppure di software non affidabili o non aggiornati.

In molti casi questo problema può essere risolto portando i servizi su infrastrutture condivise, ovvero adottando dei servizi in cloud. Il termine inglese cloud indica la nuvola che raccoglie e conserva grandi quantità di dati permettendo di elaborarli e di analizzarli.

Per un comune ciò comporta la necessità di individuare alcuni servizi che possono essere affidati a dei fornitori esterni che gestiscono servizi identici per altre amministrazioni, i quali si avvantaggiano delle forti economie di scala che si realizzano aggregando i servizi su hardware condiviso. Per iniziare questo processo virtuoso è necessaria un’adeguata connettività (banda larga), quindi bisogna procedere ad una mappatura dei servizi, per individuare quali possono essere gestiti da fornitori in cloud. A questo punto è possibile  consultare l’elenco degli operatori abilitati e il catalogo dei servizi Cloud per la PA qualificati, entrambi pubblicati dall’Agenzia per l’Italia digitale (AgID)[10].

Le norme pongono le premesse della possibile creazione di un cloud nazionale. Viene introdotto per la Pubblica amministrazione con la legge 120/2020 l’obbligo di migrare i propri Centri elaborazione dati che non hanno i requisiti di sicurezza fissati dall’Agenzia per l’Italia digitale verso un’infrastruttura ad alta affidabilità, localizzata in Italia o soluzioni cloud che rispettano le caratteristiche di sicurezza, qualità e livello delle prestazioni definite dall’AgID.

7)  IO, l’app dei servizi pubblici

IO è un canale unico a disposizione di tutte le Pubbliche Amministrazioni per veicolare i propri servizi e raggiungere i cittadini direttamente sullo smartphone, attraverso un’app intuitiva e semplice da utilizzare che può essere installata sui dispositivi iOS e Android. L’app IO[11] sarà il canale per accedere da smartphone a tutti i servizi pubblici resi in digitale.

Attraverso un apposito servizio, essa consentirà ai cittadini di produrre autocertificazioni o di presentare istanze e dichiarazioni utilizzando il proprio telefono cellulare e di effettuare i pagamenti verso la piattaforma PagoPa integrata nell’app. La legge 120/2020 ha introdotto, infatti, per i vari rami della Pubblica amministrazione l’obbligo di rendere fruibili i propri servizi in rete tramite l’applicazione IO.

Per i servizi pubblici contribuirà a semplificare i rapporti tra cittadini e Pubblica amministrazione, consentendo ai cittadini di gestire operazioni o effettuare pratiche in modo rapido, puntuale e sicuro, comodamente dal proprio smartphone.

8) Pubblicare i dati

La trasparenza è un dovere per qualsiasi Pubblica Amministrazione, che corrisponde al diritto dei cittadini di avere accesso alle informazioni, agli atti, ai documenti, ai dati pubblici. Uno dei vantaggi del digitale è che permette di rendere reale questo diritto. A tal fine i dati devono essere resi disponibili in formato aperto (open data), e devono essere liberamente utilizzati, riutilizzati e redistribuiti. I dati del comune, ai sensi degli artt. 50 e 52 del CAD, rappresentano un patrimonio che deve essere messo a disposizione dei cittadini, delle aziende e di tutti i soggetti del territorio di riferimento.

Per pubblicare i documenti del comune in modo chiaro, semplice e accessibile, basta redigerli utilizzando le indicazioni delle Linee guida per la scrittura dei documenti pubblici[12] e pubblicarli direttamente online su Docs Italia, il portale per i documenti della Pubblica Amministrazione.

In estrema sintesi, per offrire i servizi in modalità digitale è possibile sfruttare l’integrazione di SPID, PagoPA e ANPR, proponendoli direttamente online attraverso il sito web istituzionale. Questo significa permettere ai cittadini di poter pagare online le multe o la Tari, di chiedere online il permesso per la Ztl, di iscrivere un figlio all’asilo, di ottenere un certificato, presentare una SCIA, senza recarsi ogni volta allo sportello. Atto presupposto è la mappatura dei servizi che l’ente eroga per comprendere quali possono essere riprogettati e proposti online e per permetterne l’accesso tramite computer o smartphone in modo semplice, rapido e funzionale.

Offrire servizi digitali di per sé non basta, è necessario che i cittadini siano adeguatamente informati con un’adeguata strategia di comunicazione e che siano in grado di utilizzarli facilmente, con specifiche attività di formazione, anche sperimentando sistemi di “servizio civile digitale”, oppure utilizzando forme di incentivo a favore dei cittadini che usano servizi online come tariffe inferiori o sconti sulle tasse.

Il sito Designers Italia, a tale proposito, propone kits che permettono di effettuare ricerche sui bisogni degli utenti, ideare e progettare servizi digitali, testarli e gestirli in modo efficace, linee guida di design per progettare i servizi sulla base delle migliori pratiche disponibili, esperienze di altri comuni.

4. Aspettative e problemi aperti

Quando un comune diventa digitale, appare indispensabile presidiare alcune attività che prima non erano necessarie, come trovare il personale con competenze adeguate per la gestione delle infrastrutture e dei servizi online, individuare un team di tecnici e nominare il Responsabile della trasformazione digitale previsto dall’art. 17 del CAD. Bisogna, inoltre, garantire la sicurezza informatica, controllare il modo in cui vengono trattati i dati personali in adesione al Regolamento europeo sulla protezione dei dati (GDPR), nominare il Responsabile della protezione dei dati (DPO) che si occuperà di gestire tutti gli aspetti relativi alla privacy.

Molti si chiedono se la celere trasformazione digitale porterà i benefici che si prefigge. Una domanda interessante dal momento che la digitalizzazione dipende da un numero infinito di variabili con scostamenti imprevedibili che non sempre agevolano il forecasting.

La transizione tecnologica permette senz’altro grandi risparmi, migliora sensibilmente l’efficienza e la sicurezza dei servizi erogati e rende l’amministrazione indipendente e consapevole, comporta però anche dei costi di partenza per dotarsi di infrastrutture e competenze, tanto più onerosi quanto più le dimensioni degli enti si riducono.

E’ innegabile che le tecnologie digitali possono migliorare la vita delle persone, fornendo un livello più ampio di accesso a diverse informazioni e servizi a costi ridotti, ma allo stesso tempo possono comportare un grave rischio di disparità e disuguaglianza sociale, a causa del digital devide tra coloro che possiedono le competenze per usare i nuovi strumenti tecnologici e quelli che ne sono privi.

La possibile alienazione ed il rischio di disconnettersi fisicamente sono fattori da prendere in  seria considerazione per analizzare le possibili conseguenze della digitalizzazione, per evitare che le pubbliche amministrazioni da case di vetro si trasformino in case vuote e che le smart cities degenerino verso il modello delle new town asiatiche e mediorientali iper-connesse e iper-tecnologiche che mostrano l’aspetto più inquietante del dibattito, perché si allontanano radicalmente dall’idea della “civitas” intesa come comunità volta a rispondere ai bisogni dei cittadini.

dott.ssa Enrica Cataldo – AGID, uffici di staff


obiettivi di azione per il clima 20/20/20 dell’UE [1] , il partenariato cerca di ridurre l’elevato consumo di energia, le emissioni di gas serra, la cattiva qualità dell’aria e la congestione delle strade. Il partenariato segue l’Iniziativa Città e comunità intelligenti lanciata nel 2011.

[2] E’ un economista e avvocato spagnolo specializzato in marketing urbano e città intelligenti. È professore alla IE Business School, docente ed editore in media e pubblicazioni internazionali. Ha pubblicato diversi libri, si evidenzia “Cómo gestionar las ciudades del siglo XXI (Gestione delle città del 21 ° secolo)”, pubblicato da Prentice Hall.

[3] L’Osservatorio nasce nel 2011 per rispondere al crescente interesse di aziende pubbliche e private verso le potenzialità offerte dal nuovo paradigma dell’Internet of Things (IoT). Si propone di indagare le reali opportunità dell’IoT combinando la prospettiva tecnologica con quella manageriale, in un contesto caratterizzato da poca chiarezza sullo stato dell’arte delle applicazioni, sui benefici abilitati e sull’evoluzione attesa del mercato.

[4] CDP mette a disposizione un prestito ordinario a cui possono accedere tutti gli Enti Locali per finanziare le spese di investimento legate all’attuazione del “Piano Triennale per la Trasformazione Digitale della Pubblica Amministrazione”.

[5] E’ stato pubblicato sul sito della società PagoPA S.p.A l’Avviso pubblico per assegnare i contributi alle amministrazioni comunali in possesso dei requisiti previsti nel decreto legge “Semplificazione e innovazione digitale” con scadenza 28 febbraio 2021. L’avviso pubblico è stato rivolto a tutti i Comuni, fatta eccezione per quelli coinvolti negli accordi regionali aventi la stessa finalità.

[6] Legge 11 settembre 2020, n.120 Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 16 luglio 2020, n. 76, recante misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale.

[7] L’ANPR subentra altresì alle anagrafi della popolazione residente e dei cittadini italiani residenti all’estero tenute dai comuni. Con il decreto di cui al comma 6 è definito un piano per il graduale subentro dell’ANPR alle citate anagrafi, da completare entro il 31 dicembre 2014. Fino alla completa attuazione di detto piano, l’ANPR acquisisce automaticamente in via telematica i dati contenuti nelle anagrafi tenute dai comuni per i quali non è ancora avvenuto il subentro. L’ANPR è organizzata secondo modalità funzionali e operative che garantiscono la univocità dei dati stessi.

[8] 1. I soggetti di cui all’articolo 2, comma 2, sono obbligati ad accettare, tramite la piattaforma di cui al comma 2, i pagamenti spettanti a qualsiasi titolo attraverso sistemi di pagamento elettronico, ivi inclusi, per i micro-pagamenti, quelli basati sull’uso del credito telefonico. Tramite la piattaforma elettronica di cui al comma 2, resta ferma la possibilità di accettare anche altre forme di pagamento elettronico, senza discriminazione in relazione allo schema di pagamento abilitato per ciascuna tipologia di strumento di pagamento elettronico come definita ai sensi dell’articolo 2, punti 33), 34) e 35) del regolamento UE 2015/751 del Parlamento europeo e del Consiglio del 29 aprile 2015 relativo alle commissioni interbancarie sulle operazioni di pagamento basate su carta. 2.Al fine di dare attuazione al comma 1, l’AgID mette a disposizione, attraverso il Sistema pubblico di connettività, una piattaforma tecnologica per l’interconnessione e l’interoperabilità tra le pubbliche amministrazioni e i prestatori di servizi di pagamento abilitati, al fine di assicurare, attraverso gli strumenti di cui all’articolo 64, l’autenticazione dei soggetti interessati all’operazione in tutta la gestione del processo di pagamento.

[9] “Linee guida su acquisizione e riuso di software per le pubbliche amministrazioni” – adottate con determinazione AgID n. 115 del 9 maggio 2019, pubblicate in Gazzetta ufficiale, serie generale n.119 del 23 maggio 2019 e Circolare AgID del 6 dicembre 2013 n.63 “Linee guida per la valutazione comparativa prevista dall’art. 68 del D.Lgs. 7 marzo 2005, n. 82 Codice dell’Amministrazione digitale”.

[10] Piattaforma dedicata alla Qualificazione dei cloud service provider e dei servizi cloud. Dal 1 aprile 2019, le amministrazioni pubbliche possono acquisire esclusivamente servizi IaaS, PaaS e SaaS qualificati da AgID e pubblicati nel Catalogo dei servizi Cloud per la PA qualificati.

www.io.italia.it [2]

https://docs.italia.it/italia/designers-italia/writing-toolkit/it/bozza/index.html [3] , il portale per i documenti della Pubblica Amministrazione.